La voglia di sognare

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I Malavoglia sono una band che dimostra una grande voglia di mettersi continuamente in gioco, di sognare e di continuare nel loro progetto ricco di spunti originali. Scopriamo meglio tutto di loro attraverso questa intervista!

D: Come nasce la vostra passione per la musica?
R: La nostra passione per la musica ha radici antiche. Io vengo da una famiglia di musicisti e in me è radicato tutto il cantautorato italiano degli anni ’70 come Ivan Graziani o Lucio Battisti, questo ha influito sul mio tipo di scrittura a livello testuale e musicale. Poi ho trovato una band con cui abbiamo trovato un suono e ognuno con la sua influenza musicale, ha fatto si che canzoni che inizialmente avevo scritto diventassero della band. Ognuno di noi viene da mondi musicali diversi: rock, hard rock, jazz e mescolando tutto è venuto fuori questo sound pop/rock con del folk. Abbiamo ottenuto un risultato abbastanza originale.

D: Spiegateci la vostra idea di musica e come nasce il vostro nome
R: Il nostro nome solitamente viene associato al romanzo di Verga “Malavoglia” ma in realtà non hanno a che fare le due cose. Nasce invece dalla domanda che ci viene posta dai nostri amici “Ma la voglia?”, quindi quello al romanzo è un richiamo attraverso questo gioco di parole. L’idea di musica nostra è quella di farsi ascoltare a prescindere dal successo, bisogna portare avanti le proprie idee, e cercando di mettersi in luce.

D: Avete aperto concerti di artisti come Alex Britti e Roberto Vecchioni, raccontateci meglio di queste esperienze
R: E’ bello perché ci si rende conto di un approccio alla musica maturo, da persona che la musica l’ha vissuta e la vive. Nell’esperienza con Roberto Vecchioni ci siamo trovati sul palco con musicisti molto affermati e nonostante tutto ci siamo trovati bene con un pubblico non nostro, cercando di fare il nostro al meglio, perché può infastidire suonare per più tempo. Con Vecchioni il pubblico era più d’ascolto, mentre quello di Alex Britti era più partecipe. Siamo riusciti ad andare lisci fino alla fine, e siamo riusciti a coinvolgere anche il pubblico attraverso il nostro approccio diretto. Tutte le esperienze sono positive.

D: Il vostro ultimo singolo si chiama “Allevati a terra” descrivetecelo un po’. Qual è il messaggio che vorreste arrivasse al pubblico?
R: Ho scritto questo brano pensando all’apparenza in cui viviamo, si vive apparentemente in vetrina. Nasce da uno scatolo di uova con su scritto che la produzione avveniva da galline libere allevate a terra, un concetto in antitesi perché ciò che è libero non può essere allevato. Ho rivisto noi; pensiamo di essere liberi, ma siamo dietro ad una serie di cose che ci rende quasi addomesticati. Altri mi hanno fatto notare una visione positiva, cioè che esiste qualcosa di ruspante, allevato a terra appunto. Ed è bello potersi confrontare anche con altri modi di vedere la musica. Vorremmo che il pubblico capisse di trovare del tempo per se stessi al di fuori delle gabbie che possono limitare.

D: Quali sono i vostri futuri progetti?
R: Stiamo preparando il videoclip, sarà più un corto che un videoclip e sarà disponibile su vari canali. C’è in ballo un ep che stiamo ultimando, che avevamo iniziato lo scorso anno ma poi abbiamo fatto il percorso ad Area Sanremo e siamo rimasti fermi, attualmente dovrebbe uscire in autunno, ma potrebbe esserci un’altra partecipazione ad Area Sanremo, ma l’ep è in ballo.

 

13321703_1231796696831372_1780537273554480261_nManuela Ratti nasce il 1 settembre a Bari nel 1994. E’ appassionata di scrittura e musica, e le piace trasportare queste emozionali trasformandole in qualcosa di condivisibile, sperando di poter donare un emozione o una bella sensazione a chi la legge